La foto di Umbertì: storia, curiosità e aneddoti
Siamo sicuri che già l’avrete vista mille volte: la famosa foto di Umbertì.
Una foto che è diventata un’icona per la città di Ancona, eppure … siamo sicuri che non sono in molti a sapere da chi quella foto è stata scattata e soprattutto in che circostanze.
Questo articolo nasce proprio per questo motivo. Continuando a leggere avrai la possibilità di scoprire in che modo è nata la foto che è ormai da anni, nel cuore di tutti noi anconetani.

Luigi Alberto Pucci
Quelle che seguono sono le parole di Luigi Alberto Pucci. Parole che furono pubblicate qualche anno fa dall’Urlo, il mensile di resistenza giovanile di Ancona. In tutta sincerità ci sentiamo di dire “grazie” a Luigi per il suo racconto e all’Urlo per aver aiutato a tramandare un pezzettino di storia della nostra città.
Ma chi era Luigi? E come mai fu proprio l’unico ad avere il privilegio di ritrarlo?
“Ci conoscevamo da una vita (era di poco più anziano di me) in quanto vicini di casa, io nella parte alta di via Orsi, lui nelle prime case di via Montenero, che di via Orsi è il prosieguo. Quando usciva, inevitabilmente doveva passare davanti alle mie finestre.
Non era un clochard, un barbone: sono definizioni per chi non ha fantasia. Semplicemente, andava in giro trasandato e quasi sempre sporco. Quando la cognata, che lo accudiva, riusciva a catturarlo e ad infilarlo nella vasca da bagno, gli strilli arrivavano fino a casa mia. Poi lui usciva con i capelli stirati sul cranio e gli abiti puliti (il fratello era bancarellaro, disponeva di un intero magazzino di ricambi): tempo tre giorni per strada e ritornava come prima.
E non era neppure lo “scemo del villaggio”. Parlava poco, giusto l’indispensabile, e i suoi, peraltro, parevano latrati. Ma aveva cervello: mi hanno raccontato che un giorno, in cantina, si fosse messo alle spalle di uno che cercava di completare un cruciverba, e che gli suggerisse la parola mancante. C’è chi dice che fosse anche un esperto di musica colta.
Malgrado i capelli arruffati, la barba lunga, i vestiti sporchi e a volte anche laceri, aveva una sua dignità. Non elemosinava (non ne avrebbe avuto bisogno, godeva di una pensione di invalidità), al massimo chiedeva una sigaretta o un bicchiere di vino, e quando aveva soldi in tasca era capacissimo di offrire lui da bere. Capitò anche al sottoscritto (“Bevi, Pucci?”).”
La foto che è diventata un’icona
Ora che avete capito chi era Luigi, ecco come riuscì a scattare quella famosa foto:
“Era bello vederlo steso a fumare in uno dei suoi posti preferiti, gli scalini della Fontana dei Cavalli, in piazza Roma, la sigaretta tenuta in alto, fra pollice e indice, le altre dita spalancate, da vero “signore”.
Detestava il contatto umano. Se qualcuno lo prendeva per un braccio, anche solo per scherzo, si afflosciava per terra, come un straccio. “Non toccarmi i panni!”, era il suo grido di difesa. E non voleva essere fotografato, neanche per soldi. Quando ci fu l’inaugurazione della Fontana Tredici Cannelle appena restaurata, a lui che casualmente transitava di lì, quelli della stampa chiesero di andare ad abbeverarsi, lo avrebbero abbondantemente pagato: sdegnosamente rifiutò, e si trasferì sotto la vicina Fontana dei Cavalli, da cui, ghignando, si godette la cerimonia.
Pertanto l’unica immagine di cui i quotidiani disponevano era sempre la stessa, Umbertì solitario passante in corso Garibaldi a sottolineare il deserto del Ferragosto in città.
Perciò fui fortunato, quella volta, nella cantina di Rosina, che mi ero messo in testa, macchina fotografica caricata in bianco e nero, di immortalare la fauna che mi circondava.
Seduto in un angolo, al solito posto, c’era Umbertì. “Posso?”, gli chiesi: e mi diede l’assenso. Non potevo farmi sfuggire l’occasione. Tirai quattro o cinque scatti, scegliendo poi in sede di stampa, nella mia camera oscura, il ritratto ormai noto. Ne feci copie formato cartolina, immaginando che a qualcuno potessero interessare: e infatti trovai gli acquirenti, da cui mi feci rimborsare solo le spese del materiale impiegato.
Sulla sua tomba (la trovate al cimitero delle Tavernelle, in uno dei nuovi edifici proprio di fronte al cancello in basso), anche lì, c’è la mia foto: segno che davvero non ce n’era un’altra.”
E così da quel giorno, quando pensiamo a Umbertì, questa è una delle prime immagini che ci viene in mente.
Speriamo che questo articolo vi abbia emozionato un po’, proprio come è successo a noi, e che sia stato un modo per rivivere ricordi del passato; mentre per i più giovani, che non hanno avuto la fortuna di conoscerlo, un modo per fantasticare su uno dei personaggi più singolari della nostra città.
Qualche giorno fa abbiamo avuto la fortuna di conoscere Luigi, una persona come ce ne sono ancora poche in giro: è stata un’emozione ascoltare la sua storia e un piacere tramandarla.


