Scendo le scale, apro la porta e mi incammino: ho deciso che le voglio vedere da vicino, voglio capire cosa sono davvero.
Qualche decina di passi e ci sono, così mi metto a guardarle: alte e spigolose, forse un po’ austere, di un marrone elegante. A guardarle così mi ricordano il profilo delle navi che da bambina vedevo costruire al porto.
Mi ricordo che mio nonno mi portava a passeggiare la Domenica lungo i binari del treno al porto:
“quando era piccolo tuo padre ci appoggiavamo le 5 lire prima che il treno passasse e poi le riprendevamo su che erano sottili così!”
Tiravo su il naso e vedevo questi giganti di acciaio che fieri stavano lì a farsi belli. Sarà che mi ricorda nonno e anche l’odore del mio porto, ma c’è qualcosa che mi attira verso di loro e quindi resto ferma e continuo a osservarle; più guardi qualcosa più ti rendi conto di cos’è davvero.
Le isole lungo il nostro Corso hanno decisamente fatto parlare di loro, un po’ tutti, negli ultimi giorni.
Ho voluto capirci di più: sono le isole lungo il fiume da mare a mare di Ancona, dal Passetto al Porto. Sono isole perché sono un luogo dove ti puoi fermare, quasi rannicchiato.
Certo, sono molto più ingombranti delle normali panchine a cui siamo abituati, ma qui ti puoi sedere in mezzo al corso e chiacchierare con le persone sedute davanti a te, come in un salotto. Queste grandi spalliere appuntite riparano un pochino dallo sguardo dei passanti e, a pensarci bene, è la prima volta che mi capita di vedere panchine che si guardano invece di essere infilate una dietro l’altra.
La forma effettivamente è tutta un regalo alla memoria di quell’Ancona che costruisce navi e anche il colore e il materiale sono quelli dei cantieri: acciaio zincato, colorato corten.
Faccio il giro e vedo una pedana: mentre sto lì ci sono due impavide signore sedute sull’isola che chiacchierano e un altro paio che passando si chiedono:«Ma sta pedana a che serve?» «Boh ce vorranno fa ballà!»
Quasi scoppio a ridere insieme a loro perché effettivamente a vederla così è un po’ strana e poi mi viene da ridere perché, in un certo senso, hanno ragione. Sembra un piccolo palcoscenico quindi dovrà servire a fare qualcosa, no? Scopro che la pedana serve (anzi servirà che ancora non è stata attivata) a far giocare i bimbi, eh sì perché è una pedana acustica a pressione.
E allora mi sono immaginata un Sabato pomeriggio, la famiglia che esce: che passeggia e poi si siede. Mamma e papà che chiacchierano, controllano l’orario del cinema su internet (c’è il wifi gratuito!)
e buttano l’occhio su quello che passa sul video, magari la riprese in diretta del backstage di uno spettacolo alle Muse [sì, c’è un proiettore che racconterà Ancona per eventi, immagini ed emozioni … speriamo!] e i bimbi che saltellano e fanno suonare la pedana. Datemi della romantica, ma è un’immagine a cui mi sono già affezionata.
Rifaccio il giro: la coppia di amiche ancora parla fitto fitto come fosse in un luogo confortevole e familiare e questo è bello, tutti quelli che passano buttano l’occhio sulla mezza-nave-mezza-isola che sta ferma in mezzo al nostro Corso.
Capisco bene le critiche di chi le avrebbe volute diverse o magari non le avrebbe volute per niente, ma se guardandole penso al significato della loro forma e del loro voler essere un piccola nicchia a me stanno già un po’ più simpatiche.
E, così, mi viene voglia di ascoltare una canzone che mi piace un sacco: infilo le cuffiette e me ne vado salutando le isole.
Rifletto.
Quel marrone e quell’idea di confine e abbraccio (che poi ogni isola è così) mi fa tornare alla mente un guscio di noce, un guscio di noce illustre.
Io potrei viver confinato in un guscio di noce, e tuttavia ritenermi signore d’uno spazio sconfinato.
Amleto atto II, scena II, William Shakespeare


